TITOLO: LE VENE APERTE DELL'AMERICA LATINA
AUTORE: Edoardo Galeano
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Il libro compendia innumerevoli fatti, espunti da documenti e corredati di una eccellente bibliografia (vanno lette anche le note in cui ogni tanto si trova qualche digressione e qualche aneddoto particolarmente illuminante), che ci sommergono fino ad annebbiarci e ad annoiarci: per questo va preso a piccole dosi.
Questo libro mi ha aiutato a delineare un panorama più chiaro sulle cause della povertà di questi luoghi e, più in generale, sulle radici della miseria del terzo mondo, e a comprendere qualcosa in più su alcune delle grandi forze economiche che sono tra i motori più potenti della storia. Una delle riflessioni più interessanti è offerta dal confronto tra la storia dei paesi del Nord e del Sud America. Prendo questa a titolo di esempio, ma il testo offre tanti spunti significativi.
Nel 1500 le potenze coloniali si affacciavano ad un mondo ricco di risorse da sfruttare e popolato da civiltà tecnologicamente più arretrate e quindi facili da sottomettere. La Spagna (e il Portogallo) partiva da una posizione privilegiata e si accaparrò la fetta più ricca: il Sud America. Francia e Inghilterra si dovettero accontentare dei resti: ed ebbero il Nord. Il Sud era ed è una miniera di risorse di vario tipo e questa è la causa prima della sua miseria. All'epoca della scoperta si capì subito che era pieno d'oro. Il secolo successivo fu la volta del ciclo dell'argento, poi del rame e del ferro, lo zucchero, preziosissimo all'epoca, e infine le banane. Al Nord c'erano solo pascoli e bisonti. L'attenzione dei colonialisti si concentrò quindi sul Sud. Ma la Spagna cadde rapidamente vittima dei banchieri inglesi, che già a metà del 1500 controllavano le sorti dell'America Latina disinteressandosi dell'inutile Nord (anche questo episodio offre uno spunto interessante: la facilità con cui ottenevano credito e con cui potevano ottenere ricchezze fu la causa del declino degli spagnoli. Rimasero strangolati dai debiti contratti con gli inglesi che si impadronirono delle redini della loro economia. Gli Spagnoli non puntarono a sviluppare una economia avanzata basata sulla lavorazione delle materie, avendo davanti la strada facile e dal corto respiro dello sfruttamento diretto delle ricchezze delle colonie).
Nel Sud vennero costruite infrastrutture mirate esclusivamente a prelevare e portare via più rapidamente le materie prime che la terra offriva: ancora oggi le vie principali collegano le aree estrattive o agricole con i porti, da cui poi le ricchezze partono per l'occidente. Sono i porti le città più ricche e grandi di queste nazioni (godono di un riflesso della ricchezza dei loro padroni e svolgono la funzione di colonialisti all'interno di questi paesi sfruttati); è invece difficile spostarsi per linee trasversali fra città dell'interno. L'industrializzazione, tollerata al Nord, fu fieramente osteggiata al Sud, sia appunto ostacolando i collegamenti tra i distretti minerari e manifatturieri o anche tra quelli artigianali e quelli più residenziali, ma anche proprio con le armi quando, ad esempio, l'attività tessile fioriva nonostante tutto.
Il Sud era incoraggiato e a volte costretto ad importare i prodotti finiti dalle colonie, quindi le attività artigianali venivano represse. La conquista delle regioni interne fu lenta e avvenne solo sotto il diretto controllo delle potenze coloniali (le comunità che sfuggivano al controllo delle colonie e si insediavano in territori ''vergini'' venivano represse). Alcune attività di tessitura tradizionali vennero attivamente ostacolate immettendo nel mercato stoffe a basso costo di origine inglese. Così gli artigiani andarono a nutrire le folte fila del sub-proletariato urbano. In quelle regioni si concentravano più interessi ed era più importante che le masse restassero povere e sottomesse; ogni forma di protezionismo veniva impedita attivamente (questo è un fenomeno che si è protratto fino ai nostri giorni e continua tutt'ora).
Il Nord venne lasciato molto più libero: quindi nonostante o grazie alla minor fertilità del suolo e alla povertà del sottosuolo, poté sviluppare una agricoltura solida, non basata sulla monocoltura. Le fu permesso di attivare un protezionismo (che al Sud venne scoraggiato a cannonate come dicevo), affinché l'artigianato tessile nascente, ancora fragile, potesse irrobustirsi al riparo della concorrenza dei tessuti inglesi. Le colonie del Nord non esportavano anzi importavano materie prime all'inizio, e raggiunta l'indipendenza poterono colonizzare lo sterminato continente che si estendeva all'interno. Dall'agricoltura di sussistenza poté quindi nascere un artigianato, che partorì una solida industrializzazione.
Anche le diversità insite nel continente Sud-americano confermano questa tesi: le ricchezze generano miseria. Le regioni più povere e culturalmente arretrate all'arrivo di Colombo, sfuggite all'interesse dei colonizzatori, furono quelle che riuscirono a mantenere più a lungo un tenore economico accettabile: si crearono delle sacche in cui gli indios vivevano della loro agricoltura, si dedicavano ad attività artigianali, e arrivavano ad esportare nelle regioni limitrofe i loro beni lavorati. Quando le risorse primarie tendevano ad esaurirsi per i colonizzatori e si cercavano nuove risorse, o le attività economiche locali divenivano troppo floride venivano spazzate via dall'esercito o dalla concorrenza dei mercati europei.
Leggendo questo libro si comprende come l'unica strada per uscire dal sottosviluppo per questi Paesi sia liberarsi da noi. Ancora oggi l'economia di queste terre è improntata all'esportazione e questa è la prima ragione della loro miseria.
In Brasile e nella maggior parte di queste terre regna il latifondo, largamente improduttivo; in Colombia ci sono i microfondi, ma la sostanza non cambia. Queste economie povere si affacciano sul mercato proponendo i loro 3 prodotti e ne vengono stritolate. La Colombia offre principalmente caffé e un po' di petrolio, e con il caffé deve comprare legumi e farina, che un tempo coltivava e fanno parte della sua tradizione culinaria e ora sono stati soppiantati dalle colture per l'esportazione. Ma il mercato stabilisce un valore infimo per i suoi prodotti e la gente muore di fame e di malnutrizione per mancanza di proteine. La Colombia deve vendere ad ogni prezzo le risorse che ha per potersi assicurare i beni di prima necessità che ha rinunciato a produrre e che ora deve comprare a caro prezzo (per fare un esempio pagando con tipo 5 quintali di caffé 1 quintale di fagioli, quando dai terreni necessari per produrre i 5 quintali di caffé magari potrebbe tirar fuori 8 quintali di fagioli; le cifre le ho inventate, ma ne trovate di esatte nel libro). Se prima di affacciarsi sul mercato avesse diversificato le sue colture (unificate dai colonizzatori) in modo da garantirsi la sopravvivenza, commerciando le eccedenze per ottenere lussi o beni che non può produrre, potrebbe imporre un prezzo equo ai suoi prodotti. In questi Paesi regna la corruzione ed è quindi facile per multinazionali straniere comprarsi l'appoggio del governo, finanziando la campagna elettorale di un candidato alla presidenza in cambio di concessioni a prezzi stracciati e sgravi fiscali (spesso superiori a quelli concessi alle aziende locali: in questi Stati le aziende straniere vengono spesso tutelate molto più di quelle nazionali, il libro cita diversi esempi dati e fonti alla mano). Ma a volte qualcosa va storto e prende il potere qualche governante che fa gli interessi della propria gente e per questo indesiderato. Allora le multinazionali o i governi stranieri finanziano qualche gruppo paramilitare o qualche banda di malviventi perché prendano il potere. Per questo motivo queste regioni passano da una guerra all'altra e da una dittatura militare all'altra. A volte 2 multinazionali si scontrano combattendo sul suolo e con gli uomini di qualcuna di queste Nazioni.
Vale la pena di ricordare inoltre il fatto che gli organismi internazionali, come il Fondo Monetario o la Banca Mondiale, utilizzano ogni mezzo per ostacolare lo sviluppo di questi Paesi, anche se in teoria dovrebbero favorirlo. Ad esempio concedono prestiti, ma a patto che venga ridotta drasticamente la spesa in istruzione. Oppure condizionano i prestiti all'acquisto di alcuni beni e alla vendita di altri, di fatto imponendo scelte di politica economica fallimentare. Questo si spiega anche con scandalosi conflitti di interesse. A volte il direttore di uno di questi organismi è anche un amministratore di una multinazionale e quindi richiede, come clausola per ottenere la concessione di prestiti, che il Paese conceda sgravi fiscali ad aziende come la sua, che riduca il prezzo delle materie prime che la sua azienda deve acquistare, e l'impegno da parte dello Stato a comprare una certa quota di prodotti dell'azienda ad un prezzo vantaggioso solo per chi vende.
Nel libro viene prospettata una analisi realistica del passato e del presente diventato ormai passato prossimo (anni '70). E non si lasciano molti spiragli di speranza. A proposito, uno dei capitoli più interessanti è l'ultimo, aggiunto in una seconda edizione e intitolato 7 anni dopo, nel quale si fa il punto dell'impatto avuto da alcuni avvenimenti degli anni '70 (l'evoluzione della rivolta cubana, l'episodio di Allende). A mio giudizio la situazione attuale, 30 anni dopo, lascia intravedere la possibilità di un miglioramento sostanziale per il Sud America. Il prezzo elevato del petrolio sta fornendo una buona opportunità ai paesi produttori come Ecuador Bolivia e Venezuela. Ma la presenza di risorse e il loro alto prezzo in passato hanno prodotto più miseria che ricchezza, attraverso numerosi e differenti meccanismi, come spiegato bene in questo testo. Al giorno d'oggi tuttavia mi sembra che ci siano alcuni nuovi elementi che giocano a favore di una concreta possibilità di sviluppo.
1) Nel Centro e Sud America sono al governo un certo numero di reggenti di sinistra che sembrano non essere espressione diretta di qualche multinazionale, come spessissimo è accaduto in passato, o di qualche potenza straniera. In particolare, in Venezuela, Chavez sta sfruttando le maggiori entrate derivanti dall'oro nero per attuare un piano di riforme che segnano un passo nella direzione di uno progresso sostanziale, in linea con le idee proposte da Galeano. Ha organizzato con Cuba uno scambio di medici qualificati (gli standard di istruzione di Cuba sono molto alti) in cambio di petrolio, e diversi programmi di alfabetizzazione delle masse delle favelas. Sta inoltre avviando un processo di industrializzazione, e sembra stia anche facendo qualche tentativo di diversificare la produzione agricola, e in generale di beni primari e da esportazione, in modo da non essere totalmente in balia del mercato. Ha progressivamente nazionalizzato la gestione del petrolio, portando le tasse sull'estrazione (la percentuale sugli incassi che una multinazionale straniera deve cedere allo stato Venezuelano per poter estrarre petrolio) dal 13% degli utili al 70% con 2 o 3 aumenti successivi (mi pare che siano queste le cifre; la fonte è il sito www.peacereporter.net), ora infine sta puntando ad una nuova nazionalizzazione cioè all'estrazione diretta del petrolio. Così facendo non sarà costretto a ribassare il prezzo quando i paesi consumatori lo richiedono, o a svendere quando il prezzo scende. Queste scelte hanno comportato una ostilità diffusa dei paesi occidentali: nel 2002 mi pare, il Venezuela ha conosciuto uno sciopero, durato diversi mesi, dei produttori di petrolio. Uno strano tipo di sciopero spinto più dai datori di lavoro che dai lavoratori e abbastanza apertamente finanziato dalla CIA. Questo sciopero, che colpiva il cuore dell'economia del Paese ha creato parecchia tensione sociale, culminata in un colpo di stato militare (una frangia dell'esercito occupò i luoghi di potere), salutato dai nostri media come una svolta democratica (!? un presidente eletto viene deposto dall'esercito e questo sarebbe un passo verso la deomocrazia?) voluta dalle masse. Due giorni dopo una sollevazione di massa in tutto il Paese depose la giunta e restituì il potere a Chavez. Ci sono stati inoltre anche tentativi più legali di farlo fuori politicamente, e di accorciarne il mandato con un referendum non previsto dalla costituzione, da cui però è uscito vincitore. Le tensioni, con Spagna e Usa soprattutto, si riflettono anche nell'atteggiamento di questi governi, che si vedono sfuggire il controllo della risorsa energetica primaria dei nostri tempi.
Il fatto che sia rimasto in carica (e in vita) per diversi anni mi stupisce un po', ma a mio avviso si spiega con questi 2 fatti:
a) le potenze occidentali non possono permettersi una fase di instabilità in Venezuela che potrebbe far chiudere i rubinetti ad uno dei principali produttori di petrolio al mondo (non ora che la produzione in Iraq è azzerata dalla guerra).
b) è un militare e ha l'appoggio dell'esercito (non esistono vere democrazie in questi Paesi, perchè se un governo si scontra contro interessi economici, di solito stranieri, senza l'appoggio dell'esercito, se è forte solo di un mandato elettorale viene subito deposto da un colpo di stato).
2) Chavez e Lula, la sinistra radicale e quella moderata, stanno cercando di creare organizzazioni e alleanzze transnazionali più forti nell'America Latina (quelle di facciata in realtà eistono da tempo). Chavez sta cercando di creare un cartello dei produttori di petrolio del Sud America, a cui ha più o meno aderito la Bolivia (che se ricordo bene ha anch'essa aumentato i dazi sul petrolio) e a cui si è avvicinato anche l'Ecuador a quanto ho capito. Quest'ultimo Paese ha anche votato una risoluzione che impedisce agli USA di impiantare basi militari nei suoi territori. Sta inoltre cercando di impedire alle holding del greggio di trivellare alcune aree di foresta amazzonica, chiedendo alla comunità internazionale sostegno economico in cambio del contributo alla riduzione di CO2. A dire il vero il Venezuela sta prendendo accordi anche con l'Iran per tracciare una politica di estrazione comune. Se questi Paesi fanno blocco il valore delle loro esportazioni e il prezzo della benzina che noi compriamo sono destinati a salire, a beneficio di chi vende (il prezzo attuale di 110$ al barile è ancora probabilmente inferiore a quello che avrebbe in un mercato veramente libero. Un barile è 195 litri quindi siamo a poco meno di 0,40 euro al litro, per un liquido fossile le cui scorte mondiali stanno calando e che va estratto dalle profondità del sottosuolo. E' comunque molto di più dei 10$ al barile di meno di 10 anni fa. Ricordo ancora che 3 anni fa o poco più gli analisti dicevano che un prezzo di 25$ al barile era troppo alto e non si sarebbe raggiunto mai perchè era un incentivo troppo forte per le energie alternative).
3) Gli USA stanno vivendo una fase di declino. L'avventura irakena sta prosciugando molte energie economiche e militari, ed è per questo che si è permesso che in molti paesi chiave venissero eletti presidenti che operano secondo gli interessi della popolazione, e non delle multinazionali che operano in quelle aree.
Nel 1973, quando il Cile elesse Salvador Allende, un presidente socialista, il presidente USA Kissinger dichiarò che era costretto ad intervenire perchè i Cileni si erano messi da soli nelle mani dei comunisti. Bombardò il palazzo presidenziale e mise a capo del Cile uno dei dittatori più sanguinari del secolo, Pinochet, che fece torturare e uccidere decine di migliaia di persone. E' più o meno universalmente riconosciuto che in quegli anni operavano in Cile agenti della Cia che organizzavano bande di paramilitari. Se ricordo bene un colonnello americano fu responsabile con i suoi uomini di 30 mila omicidi, casuali non politici, volti solo a creare un clima di tensione e terrore (mi pare di averlo sentito nel film 11 settembre nell'episodio diretto da Ken Loach). Tra l'altro, il primo capo di Stato a riconoscere l'autorità del dittatore che aveva preso il potere con un colpo di Stato, fu Papa Giovanni Paolo II (e per Pinochet che a 80 anni rischiava la galera invocò clemenza: è l'unico episodio che ricordi in cui il Papa chiese direttamente clemenza per un qualche condannato, non per Safyia che rischiava la lapidazione per adulterio ne' per casi simili). Ora forse non ne hanno la forza, magari per la crisi economica che inizia ad incombere magari perchè le energie sono state dirottate altrove. Se i Paesi che stanno uscendo dall'area di influenza USA (Bolivia, Venezuela, Ecuador, Brasile, ecc.) faranno in tempo a crescere e ad unirsi a sufficienza, sarà più difficile rientrare in un secondo momento per le potenze occidentali.
Chiudo qua questo sproloquio. Io cerco di documentarmi un po' su queste cose e penso di avere abbastanza memoria. Ma potrebbero esserci errori più o meno grossi ed inesattezze: se ne trovate o semplicemente ci sono alcune cose che non condividete ditemelo per favore.