IL LADRO DI ANIME
TITOLO: IL LADRO DI ANIME

AUTORE: Paul Doherty
Recensione di: lippu
Questo mese vi propongo un libro d'evasione, anche se so che potrà piacere solo ad una fascia abbastanza ristretta di persone: ambientato nella seconda metà del XVI secolo, "Il ladro di anime" è un libro a metà strada tra il romanzo storico e il thriller medievale.
La trama è semplice e intrigante insieme: un essere umano vecchio di secoli, trasformatosi in un demone sanguinario, miete vittime attraverso orrendi sacrifici e ne ruba le anime, che sono costrette a servirlo.
Sulle sue tracce si snodano criminali, forze della Chiesa e di altre religioni, che cercano il demone per distruggerlo, ma anche per asservirlo ai propri desideri. Tra i vari inseguitori, un piccolo gruppo formato da tre persone diviene il protagonista del romanzo: ne fanno parte un albino al servizio della corona inglese, una ragazza dal labbro leporino ed un misterioso monaco gesuita.
Il punto di forza del romanzo sta nella dettagliata descrizione degli ambienti e della cultura del secolo che viene descritto (l'autore è infatti un esperto di storia medievale e rinascimentale): l'inseguimento si snoda attraverso l'Inghilterra antipapista, il regno di Solimano e la Russia di Ivan il terribile, e la descrizione delle culture, in ogni loro aspetto, è particolareggiata e davvero interessante.
Il punto debole sta nei personaggi: non perché non siano anch'essi interessanti, tutt'altro! Ognuno di loro è delineato e particolareggiato nei minimi aspetti: Rebecca, un'anima pura e con facoltà straordinarie, ma sfregiata da un labbro leporino che la segna come strega ed è invece il segno di qualcosa di totalmente diverso; il gesuita Michael, a metà tra l'umano e il divino, l'albino William, devastato dalla sofferenza; e attorno a loro una serie di personaggi estremamente vivi, particolareggiati, personaggi che avrebbero tanto da dare e non danno. Non danno perché la storia li falcia prima, perché l'autore non ci svela tutto di loro, perché la trama prende altre direzioni. La sensazione che ne ho avuto io è di frustrazione, di un desiderio di conoscerli meglio, desiderio che rimane inesaudito.
Ma forse questo è l'intento stesso del romanzo, che ad un certo punto dice:
"L'amore resta tale[...]soprattutto quando non è consumato. Non trova mai soddisfazione. Non è mai sazio, e dura in eterno. E' l'unica debolezza di Dio."
Ed in questa tensione verso qualcosa che non si avrà mai sta la vera anima del romanzo. Io però, che sono di ben altre idee, l'ho alla fine trovato frustrante, ed il desiderio insoddisfatto mi fa pensare ad una pianta che alla fine si inaridisce e si ripiega su se stessa, sterile e secca.
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