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TITOLO: IL GRANDE GATSBY

AUTORE: Fracis Scott Fitzgerald
Recensione di: Hadrill
Torno a parlarvi di letteratura americana, con Il Grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald.
Essendo un titolo molto famoso immagino che lo conosciate, così non mi dilungherò troppo su alla trama, che vede come protagonista Jay Gatsby, un affascinante gangster dai modi impeccabili, che ha costruito la sua vita e la sua carriera al solo scopo di riconquistare la ragazza di cui è da sempre innamorato, che lo aveva però rifiutato a diciannove anni, perché troppo povero e dunque insignificante, preferendo un rozzo, ma scintillante di fama, giocatore di polo.
Quando i due si ritrovano, cinque anni dopo, i ruoli sono cambiati, e Daisy accetta l'amore di Jay, innescando così una spirale di tragedia.
La trama, pur ben costruita, non è comunque il vero punto di forza del romanzo, che basa il suo fascino su altri elementi: intanto la tecnica narrativa, quella dello scorcio, fa sì che la storia sia raccontata da un altro personaggio della vicenda, il mite e puritano cugino di Daisy, Nick, che di Gatsby diviene confidente, ma mai vero amico. Questa tecnica narrativa, destinata a diventare un vero marchio di fabbrica della letteratura americana, fu introdotta da Henry James, al cui stile Fitzgerald deve molto: inoltre permette allo scrittore un approfondimento psicologico dei personaggi senza scadere nella pura descrizione, con risultati molto efficaci.
L'introspezione psicologica è uno degli elementi che conferiscono ai personaggi del romanzo il loro innegabile fascino: l'autore gioca sulle contrapposizioni, affiancando all'enigmatico Gatsby il timido e remissivo Nick, alla luccicante ma "sbadata" (secondo la splendida traduzione di F. Pivano) Daisy, l'apparentemente frivola ma decisa Jordan.
Tutti questi personaggi sono in qualche modo legati a Gatsby, solo lui è slegato da tutti: organizza grandi feste alle quali poi non partecipa, tutti lo conoscono, ma nessuno poi andrà al suo funerale. Questo ne fa a mio avviso un personaggio altamente tragico, che spicca proprio in contrasto con gli altri, che hanno tutti ruoli ben definiti: di Gatsby continuiamo fino alla fine a ignorare la vera attività, le sue vere origini e altro ancora.
E questo ci porta snocciolare il messaggio più profondo del libro, ovvero la critica che Fitzgerald muove alla società americana del suo tempo, tutta basata sull'esteriorità, che ha sostituito i valori dei padri con quelli del denaro e del successo ad ogni costo: del resto questo romanzo può essere letto come paradigma dell'età del jazz, dei roaring twenties, ormai divenuti mitici ma dietro a i quali già si possono scorgere le ombre della crisi che di lì a poco si abbatterà sugli Stati Uniti (il romanzo uscì nel 1925).
Paradossalmente Gatsby è un "eroe", nel senso che all'inizio incarna i valori americani, ma poi viene corrotto e dalla consapevolezza di ciò nasce la sua solitudine e la sua tragedia: nella drammatica fine che lo scrittore gli riserva pare quasi profetizzata la grande crisi che di lì a poco travolgerà gli americani, che verrà poi cantata da Steimbeck.
Il romanzo che darà gloria, postuma, a Fitzgerald non presenta difficoltà di reperibilità: se la trovate leggete la traduzione di Fernanda Pivano.
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